2.1.1 Dal Daily Courant al Times.
La data che rappresenta, più di altre, una svolta epocale nella storia del giornalismo è il 1702. L’ 11 marzo di quest’anno viene, infatti, alla luce a Londra il primo vero quotidiano di informazione, il Daily Courant (fig. 2.1). Ad esso fanno seguito una serie crescente di pubblicazioni ad uscita giornaliera, dal Daily Post del 1719 e il Daily Journal del 1720, sempre in Inghilterra, al Daily Advertiser del 1730, fino a giungere al francese Journal de Paris del 1777. Prima di questa data, altre tappe fondamentali sono state l’invenzione della stampa a caratteri mobili e il suo perfezionamento ad opera di Gutenberg, la comparsa dei primi giornali a pubblicazione periodica, dunque i primi settimanali, il primo quotidiano in assoluto, ovvero la Neueinlauffende Nachricht von Kriegs- und Welthandeln di Ritsch a Lipsia , infine, l’avvento della logotype. A precedere la comparsa del Courant, quindi, vi è stato un periodo di incubazione tecnologica e storica fondamentale. La scelta di partire, in questo lavoro, dal 1702 e dall’avvento effettivo dei primi quotidiani non va
(Fig.2.1) The Daily Courant (11 Marzo 1702)

intesa, a tal proposito, come una sottovalutazione degli eventi precedenti. In realtà si partirà dal Courant perché il XVIII secolo, che vede la fioritura di testate ad uscita giornaliera, porta ad un’inversione nel rapporto tra tecnologia e stampa, rovesciando il precedente “tecno - centrismo”, per il quale i mutamenti nella diffusione di informazione erano frutto quasi deterministico delle innovazioni tecnologiche, per sostenere un processo di straordinario e inarrestabile sviluppo nell’editoria cartacea che, al contrario, precederà in molti casi e sicuramente accelererà in altrettanti quello tecnologico. Tutto ciò perché, nel corso di suddetto secolo e di quelli successivi, si andrà accrescendo sempre maggiormente la necessità di informazione all’interno della società, a fronte anche delle prime battaglie nel mondo occidentale per la democrazia e il riconoscimento dei diritti di espressione e informazione . L’indotto editoriale, da allora, si è pian piano ramificato creandosi una domanda sempre crescente del prodotto “informazione” e iniziando a muovere i suoi passi, prima timidi poi sempre più decisi, verso la piena commercializzazione del giornale. Crescente spazio agli introiti pubblicitari; prezzi e contenuti sempre più popolari; maggior accesso a fonti informative; migliorie nella grafica e nella struttura del giornale; adozione di strumenti per moltiplicare la capacità produttiva degli impianti e, di conseguenza, la tiratura; diversificazione dei target dei lettori; potenziamento delle strutture redazionali. Queste le direzioni principali del cambiamento. La “merce quotidiano” si è così evoluta, dal 1700 in avanti, come bene industriale lungo i tre sentieri classici delle modificazioni del mercato di collocazione, del prodotto e del marketing. Per quanto riguarda i mercati di collocazione si è cercato il raggiungimento di nuovi acquirenti del prodotto editoriale, stimolando nuovi usi da parte dei lettori abituali e ridefinendo le posizioni già occupate. Sul versante del prodotto gli editori si sono nel tempo riversati su variazioni delle caratteristiche funzionali del prodotto, mentre, in rapporto al marketing, hanno puntato su operazioni sul prezzo e sull’introduzione di azioni promozionali sempre più aggressive ed allettanti, come omaggi, sconti, gadget e concorsi a premio .
Tutto parte, dunque, da queste parole di Samuel Buckley, direttore ed editore del Daily Courant, nel corsivo finale del suo Advertisment inserito nel primo numero del giornale: “Questo Courant (come mostra il titolo) sarà pubblicato giornalmente, essendo pensato per dare tutte le notizie via via che arrivano con ogni postale, e si limita a metà dello spazio per risparmiare al pubblico almeno metà delle impertinenze dei giornali comuni” . L’affermazione di Buckley rimarrà nella storia almeno quanto il suo giornale. In realtà gli intenti editoriali sono gli stessi che nel 1660 avevano spinto prematuramente il tipografo e libraio Timotheus Ritsch a stampare a Lipsia il quotidiano Neueinlauffende Nachricht von Kriegs- und Welthandeln (Notizie fresche degli affari della guerra e del mondo). Quest’ultima testata, però, già nel 1677 (data in cui decadde il regime di privilegio concessogli dalle autorità tedesche) aveva mutato nome in Leipziger Post- und Ordinari Zeitungen per poi limitarsi a tirare quattro uscite settimanali.
Una buona parte del merito nell’avvento del Courant e dei suoi successori è, comunque, da addebitare al miglioramento dei sistemi postali e delle reti stradali. Soprattutto, però, la sete di notizie e di lettura pian piano appare sempre più inarrestabile, tant’è che comincia a sfidare i limiti tecnologici esistenti. Non si può dimenticare, infatti, che gran parte delle notizie che figurano in questi anni sui periodici ma anche sui quotidiani non sono certamente pubblicate con tempestività giornaliera. La prima notizia che compare sul primo numero del Courant dell’11 marzo 1702 risale al 22 febbraio precedente e viene da Napoli . Non vi è, infatti, ancora alcun mezzo moderno di comunicazione con le fonti informative. Né esistono agenzie incaricate di distribuire le news. Non vi è, infine, quasi mai una netta distinzione del ruolo di giornalista da quello dell’editore e del tipografo. Quasi sempre non vi è differenza sostanziale nemmeno tra colui che fa il giornale e colui che vi scrive.
Ciononostante, nei primi anni del ‘700 vedono la luce i già citati quotidiani di informazione, ma non solo. Sono gli anni della nascita del nuovo giornalismo con il Weekly Review (1704) di Defoe, l’ Examiner (1710) di Swift e lo Spectator (1711) di Addison e Steele. Il giornalismo si avvicina ai lettori cominciando a mostrare una più marcata attenzione alla cronaca cittadina e ai problemi di interesse sociale.
Un primo punto d’arrivo, in tal senso, è rappresentato dall’avvento, sulla scena storica del giornalismo, del Times (fig.2.2) fondato da John Walter I, nel 1788.
(Fig. 2.2) The Times (1788)
Il nuovo quotidiano mostra subito grandi differenze rispetto agli altri predecessori. In primis l’impaginazione: la colonna viene spezzata per velocizzare la lettura degli articoli da parte del pubblico. Poi nello stile di trattamento dei contenuti, che diviene idiosincratico del giornale londinese, ovvero sempre rigoroso e austero. Infine, dal 1814, il Times comincia a vestire i panni di innovatore tecnologico nel settore. L’utilizzo della nuova pianocilindrica, il perfezionamento della macchina, l’esternalizzazione della produzione di inchiostro, in un primo momento; l’utilizzo della rotativa, poi, portano il quotidiano londinese all’avanguardia dal punto di vista produttivo (nel 1847 vanta la tiratura potenziale di dodicimila copie all’ora) .
Verso la fine del ‘700, intanto, sono sorti nuovi modelli di giornalismo a frutto delle rivoluzioni politiche e culturali partite da Francia e Stati Uniti. In Italia fanno la loro comparsa testate storiche quali il Monitore Napoletano diretto da Eleonora Fonseca Pimentel (1799), il Conciliatore di Silvio Pellico (1818), entrambi espressione delle correnti illuministiche d’Oltralpe, e le Gazzette Piemontese (1797) e di Milano (1810), tipici esempi di giornale di livrea.
2.1.2 L’Ottocento e la maturazione del genere quotidiano
Agli inizi dell’Ottocento i giornali presentano un unico modello: quattro pagine con i testi di seguito in colonne. La pagina iniziale e la finale sono riservate alle inserzioni pubblicitarie, le due interne sono dedicate agli editoriali politici economici con particolare attenzione per le merci in partenza e in arrivo con le navi. Sono stampati in prevalenza da piccoli editori e venduti tramite abbonamento. Il loro costo li rende un prodotto di élite.
Con lo sviluppo del quotidiano, il giornale assume una veste autonoma aumentando le dimensioni del formato e dividendo la pagina in più colonne. All’origine di questi mutamenti ci sono ragioni pratiche piuttosto che estetiche. Fino a quando le tariffe postali, per le spedizioni, restano commisurate al numero di pagine, risulta conveniente fare giornali di poche pagine molto grandi (negli USA si arriva al formato 88 x 127), mentre la suddivisione in colonne consente di stipare nella pagina più parole, dato che minore è la larghezza della colonna e più piccolo può essere il corpo tipografico, senza che ne risenta la facilità di lettura .
L’inizio del 1800, però, è soprattutto un periodo di sviluppo dell’editoria per quanto riguarda la velocità di trasmissione delle informazioni. Nel 1830 Samuel Morse inventa il telegrafo e cinque anni più tardi nasce a Parigi la prima agenzia di stampa. Si chiama Havas (dal nome del suo fondatore) e per oltre un secolo detterà posizioni di forza in tutto il mondo. La seguono, oltreoceano la Associated Press (fondata da sei quotidiani di New York), e nel Vecchio Continente la berlinese Wolff’sches Telegrafen Bureau, nel 1849, e la Reuter Telegraph Agency di Londra, nel 1851 . La nascita delle agenzie contribuisce ad una diffusione capillare delle notizie in tempi sempre più rapidi. Una mole immensa di notizie cominciano a raggiungere le redazioni dei giornali. Le strutture redazionali iniziano a potenziare l’organico “back- office” e ne escono profondamente rivoluzionate. Accanto alla figura del news-gatherer, giornalista autentico procacciatore di notizie, si fa largo con sempre maggior insistenza quella del gatekeeper, filtro selettivo di news.
Fare un quotidiano, dunque, diviene impresa meno ardua e l’avvento delle democrazie in Europa rende ancor più facile la proliferazione di giornali.
Nel 1831, in Francia, vede la luce un modello di giornalismo che sconvolgerà il panorama antecedente. A promuoverlo è Emile de Gilardin, spregiudicato editore che in quest’anno dà vita al Journal des connaissances utiles, un settimanale quasi esclusivamente dedicato a notizie e consigli utili ai lettori, dai suggerimenti concreti per l’agricoltura alle ultime invenzioni, dalle leggi alle norme igieniche . Prende corpo una cultura della notizia come merce di scambio. Informazioni utili al lettore, in cambio dell’acquisto del giornale. Qualche anno più tardi, nel 1836, Gilardin compie il passo finale verso il nuovo corso del giornalismo commerciale da lui stesso inaugurato: un basso prezzo di vendita del nuovo quotidiano da lui fondato (la Presse) a fronte di un’intera pagina destinata agli avvisi pubblicitari, dai cui introiti trae ingenti guadagni. Negli stessi anni seguono la politica del prezzo di Gilardin altre testate che, negli Stati Uniti, danno vita alla celeberrima stagione della Penny Press. Offrendo maggior spazio alle interviste e alla cronaca di human interest, vendendo le copie al prezzo di un penny e traendo guadagni da intere colonne o pagine dedicate agli avvisi pubblicitari, fanno la loro fortuna testate quali The Sun di Benjamin Day (1833, nel giro di due anni raggiunge la tiratura di quindicimila copie), il Morning Herald (1835) di James Gordon Bennett e il New York Tribune di Greeley (1841).
Il giornalismo vede, così, un periodo di vertiginosa espansione che porta gradualmente alla trasformazione della stampa in impresa capitalistica. Trasformazione che subisce una brusca accelerazione nella seconda metà del secolo, in concomitanza con l’avvento della seconda rivoluzione industriale. Prima la telescrittura (1874), poi linotype (1884) e la macchina a rotocalco (1890) si aggiungono alle innovazioni di inizio ‘800 e fanno la loro comparsa nelle strutture editoriali. Le testate cominciano a differenziarsi sempre maggiormente, oltre che sui contenuti, sugli stili di impaginazione e sulle modalità di trattamento delle notizie, indirizzandosi sempre più a specifici target di lettori. Sorgono negli Stati Uniti il World (1883) di Joseph Pulitzer, il cosiddetto “giornale degli immigrati”, e l’Examiner (1887) e il Mourning Journal (1895) di William Randolph Hearst il quale sui suoi giornali dà vita al genere dell’inchiesta-verità e allo “Yellow Journalism” .
La fine del XIX secolo vede anche la creazione delle prime catene editoriali, da quella statunitense dello stesso Hearst, a quelle inglesi di Alfred Harmsworth (Northcliffe) e di suo fratello Harold (Rothermere) .
Molto lontane dai modelli stranieri di impresa editoriale capitalistica appaiono sul nascere i primi moderni quotidiani italiani. I vari L’Osservatore Romano (1861), Il Secolo (1866), La Gazzetta Piemontese (1869, dal 1895 diventerà La Stampa), Il Corriere della Sera (1876), restano legati, persino nei contenuti e negli stili, a gruppi politici o industriali privati. Anche in Italia, come già accaduto in Francia, vi è una presenza determinante di editori “non puri”, che approdano all’editoria mantenendo interessi preminenti in altri comparti produttivi. Questo avviene anche perché la diffusione della stampa in Italia nel diciannovesimo secolo è fortemente limitata dall’esteso analfabetismo. Il fenomeno di una stampa popolare e di intrattenimento, con una particolare attenzione per la cronaca e le alte tirature, tarda a manifestarsi. I giornali sono formati da quattro pagine a due o tre colonne, di cui la prima dedicata all’editoriale, la seconda e la terza alle informazioni di carattere locale, l’ultima alle notizie estere. I giornalisti sono uomini politici o letterati che considerano la stampa un’attività accessoria, intesa a divulgare e popolarizzare i contenuti della propria occupazione principale . La pubblicità occupa uno spazio limitato e residuale, relegato in ultima pagina, e il suo contributo al bilancio delle entrate è modesto. Il prezzo oscilla tra i cinque e i quindici centesimi (il salario giornaliero medio di un operaio è pari a due lire); formule di abbonamento favoriscono la diffusione postale dei periodici, che prevale largamente rispetto alla vendita nei locali pubblici o nelle strade. La tiratura complessiva dei quotidiani, a fine secolo, non supera le cinquecentomila copie.
2.1.3 Il Novecento della stampa
All’inizio del 1900, quando alle repressioni del 1898 segue una fase politica di maggiore libertà e, con lo sviluppo industriale, aumentano le concentrazioni urbane, si ha in Italia una crescita del numero di testate e un notevole aumento della diffusione.
Il primo quotidiano della Penisola a cavalcare l’onda delle innovazioni è il Corriere che, nel 1904, rappresenta anche il primo ad avere una rete stabile di corrispondenti esteri, si trasferisce nella sede di via Solforino, dove opera tutt’oggi; passa da sei otto pagine e dà vita, dopo la felice intuizione di Bergamini al “Giornale d’Italia” , alla terza pagina, dedicata ad avvenimenti culturali, e alla pagina sportiva.
Dall’inizio del nuovo secolo condizioni innovative concorrono a determinare un rilevante mutamento nella configurazione del giornalismo: dall’ampliamento del quotidiano al suo allargamento a contenuti nuovi; da trasformazioni che investono la struttura economica ed organizzativa dei giornali agli avvenimenti politici.
Grafica e impaginazione diventano finalmente strumenti per caratterizzarsi e rendersi visibili su un mercato sempre più affollato e concorrenziale. Acquista sempre più importanza il processo di esaltazione della notizia attraverso la sua presentazione, fenomeno già sperimentato in lungo e in largo all’estero sin dall’affermazione dello “Yellow Journalism”. Titoli, immagini e articoli diventano componenti fondamentali del processo di gerarchizzazione delle informazioni non più soltanto nell’ordine della foliazione interna ma anche nell’ambito della stessa pagina. La foto in prima pagina sconvolge i criteri di impaginazione. Mentre il titolo rispetta la naturale gerarchia visiva dell’optical point, la posizione della foto concentra su di sé lo sguardo. Nasce l’impaginazione simmetrica che, ponendo la foto al centro della pagina, la divide in due parti e con uguale numero di colonne, facilitando la stesura di diversi titoli con spazi e caratteri simili nei quattro quadranti in cui si suppone idealmente divisa la pagina .
Dagli anni Venti, fino alla metà degli anni Trenta, innovazioni tecnologiche si susseguono, contribuendo anch’esse a determinare significativi mutamenti nella realizzazione del giornale.
Il telefono, usato regolarmente dai primi del Novecento, continua e consolida la tendenza alla trasmissione diretta delle notizie avviata dal telegrafo. Mentre la stampa in rotocalco conosce un grande successo assieme alla radio e al cinema, si avviano le prime sperimentazioni della televisione, del magnetofono su nastri d’acciaio, del cinema a colori . All’inizio degli anni trenta fa la sua comparsa anche nelle redazioni italiane la teletypesetter, un sistema a banda di carta perforata per telescriventi che consente la composizione a distanza degli articoli, facilitando la moltiplicazione dei luoghi di stampa di uno stesso giornale.
Il periodo tra le due guerre vede mutamenti all’interno delle redazioni: i giornalisti cominciano a dividersi tra chi scrive il giornale e chi ne gestisce la struttura e il contenuto. In redazione emerge la figura del capo-servizio, incaricato di seguire in modo continuativo un settore di attività del giornale: esteri, interni, nera, sport, ecc... Si sviluppa la tendenza alla specializzazione dei giornalisti in particolari campi dell’informazione. Aumenta, intanto, anche in Italia il peso assunto da anonimi cronisti e redattori a scapito delle grandi figure di letterati che circoscrivevano la propria collaborazione alla terza pagina. Prende sempre maggior corpo la figura del giornalista professionista che spesso assomma nella scrittura una componente schiettamente giornalistica ad una squisitamente letteraria, come nel caso degli inviati speciali.
Gli anni della Seconda Guerra Mondiale bloccano, in Europa, quella che appariva come un’inarrestabile espansione della stampa. Lo stesso avviene negli Stati Uniti, dove si registra la conclusione della terza stagione di affermazione del giornalismo di massa, denominata del “Jazz Journalism”, e una netta contrazione del numero dei quotidiani in vita (dagli oltre millenovecento complessivi nel 1930, ai millesettecentocinquanta nel 1945), soprattutto all’indomani della crisi del 1929 che dimezza il monte degli investimenti pubblicitari .
Gli anni successivi al conflitto vedono una lenta ripresa della carta stampata, ma sono anche gli anni in cui fa la sua comparsa sulla scena dei media la televisione. Nel giro di qualche decennio il nuovo mezzo di comunicazione soppianterà il vecchio quotidiano e, comunque, contribuirà a trasformarlo.
Il trentennio 1945-1975 si configura come l’età dell’oro del capitalismo. Anche nell’editoria, come nella gran parte degli altri settori, ergono la loro bandiera a leader mondiali gli Stati Uniti. New York si conferma nel suo ruolo di cuore pulsante del giornalismo con sei milioni di copie stampate al giorno dai sei quotidiani cittadini (cifre che caleranno negli anni Ottanta).
Si ha, dal punto di vista professionale, un certo bilanciamento tra le figure del gatekeeper e del newsgatherer. La stampa ha ormai raggiunto una forza tale da decretarne un suo forte peso specifico nel panorama politico, attribuendole una parte attiva nello svolgersi degli eventi sia in virtù di un suo caratteristico news management (gestione delle notizie), sia grazie alla possibilità, rivendicata da giornalisti e reporter immolati al “giornalismo responsabile”, di mettere in discussione all’occorrenza la credibilità di istituzioni e imprese.
L’editoria italiana, intanto, continua a conservare il proprio tratto distintivo di fondo: una congenita e perdurante ristrettezza del mercato dei lettori di stampa quotidiana, testimoniata dal numero di copie di giornali che si mantiene stabilmente tra un terzo e un quarto rispetto quello degli altri paesi sviluppati. I settimanali conoscono una crescente fortuna nonostante il rapido moltiplicarsi delle testate e vanno in parte ad occupare lo spazio di una stampa popolare, assente tra i quotidiani . Prima è La Domenica del Corriere, che nel 1957 tocca le trecentocinquantamila copie assestandosi sulle seicentomila fino agli anni Settanta; la seguono Oggi, Tempo, Epoca e L’Europeo.
Piccola isola di innovazione e qualità congiunte, tra le testate ad uscita giornaliera, è Il Giorno di Mattei e Del Duca che esce a Milano per la prima volta nell’aprile 1956. Il quotidiano dell’allora presidente dell’Eni esce con un inserto quotidiano in rotocalco, inizialmente di otto pagine. In seguito si presenta con un’impaginazione molto vivace sul modello del londinese del Daily Express e una prima pagina a vetrina, con frequente ricorso alla “broken column” tipica dei settimanali, molti titoli e notizie anche di varietà. Il Giorno sostituisce l’articolo di fondo con una breve “situazione” e abolisce la terza pagina inserendo gli articoli di intrattenimento culturale nell’inserto in rotocalco insieme ad una pagina intera di fumetti e giochi .
Altra nascita importante nel panorama dell’editoria cartacea italiana è quella di La Repubblica del gennaio 1976, fondata da Eugenio Scalari ed edita da Caracciolo e Mondatori. Il quotidiano si mostra innovativo innanzitutto nell’insolito formato, tabloid, di venti pagine spartite in mezzo dal paginone Cultura.
Siamo ormai alla storia recente. La seconda metà del Novecento, come già detto, vede l’inarrestabile ascesa del medium televisivo, che presto soppianterà a suon di parole ed immagini i mezzi di informazione tradizionali. Tra il 1960 e il 1987 il numero di televisori sulla Terra passa da ottantasette a settecentotrentasei milioni. A metà degli anni settanta più della metà dei cittadini statunitensi e quasi un terzo di quelli europei e australiani possiede un apparecchio televisivo.
Nel mondo occidentale, dunque, come scrive Cavallari, per la prima volta nella storia dell’uomo le tre comunicazioni (scritta, orale e visiva) hanno potuto competere sulla base di uguali tecniche di riproducibilità . Esclusivamente nel mondo occidentale. E’ bene sottolineare, infatti, che l’avvento dei moderni media, prima la tv, poi come si vedrà più avanti le tecniche digitali, scava un ulteriore fossato tra i paesi sviluppati ed il resto del mondo (peraltro la grande maggioranza della popolazione) .
La notevole diffusione della tv nel mondo industrializzato, tornando al discorso principale, sconvolge enormemente il panorama giornalistico. Si vanno moltiplicando i soggetti esterni ai giornali che trasmettono le notizie in tempo reale, ma che non possono in nessun modo essere considerate fonti perché forniscono informazioni già preconfezionate . L’overload di informazione sommerge le redazioni con effetti tutt’altro che limpidi. La figura del newsgatherer è sempre più rimpiazzata da quella del gatekeeper. Il giornalismo comincia ad avvertire il rischio di trasformarsi in un post-giornalismo, che si limita a trattare e riciclare informazioni prodotte da altri .
La pluralità dei media non rappresenterà, alla prova dei fatti, garanzia di pluralismo interpretativo: spesso l’informazione di radio televisione e giornali appare dominata da una consonanza di fondo nella selezione e nel trattamento delle notizie, che produce un’impressione complessiva di omogeneità.
La prima a essere minacciata da questa tendenza è proprio la carta stampata, mezzo di comunicazione più antico e quindi più soggetto all’obsolescenza. Nel giro di mezzo secolo giornali e riviste sono sbalzati da una posizione monopolistica a una collocazione di nicchia entro la mappa di un’industria della comunicazione che la vede accanto alle reti radiotelevisive e alle agenzie pubblicitarie, mentre si preannuncia la quarta “fase esplosiva” di sviluppo dei media, innescata dall’informatica .
Dal 1974, al già affermato telegiornale che domina sulla scena dell’informazione, si aggiunge il teletext, nato in Gran Bretagna: un sistema di trasmissione di testo e grafici composti in pagine sequenziali richiamabili dall’utente che utilizza i canali televisivi ma è separato dalle immagini e necessita di un decodificatore apposito inserito nei televisori (nel 1984, sotto il nome di Televideo, raggiunge l’Italia tramite le reti Rai). Meno diffuso nel nostro paese, nel 1981 fa la sua comparsa il videotel, nato in Francia con il nome di Minitel, che però si appoggia alle linee telefoniche e consente l’interazione con l’utente tramite una tastiera. Entrambi gli strumenti rappresentano un ulteriore sbocco per la diffusione dell’informazione ai danni della carta stampata.
L’effetto principale di questo decentramento forzato riguarda il mercato pubblicitario. Mentre fino al 1945 l’ascesa della radio è avvenuta quasi senza sottrarre risorse alla stampa, con l’avvento della televisione le cose cambiano. In Italia, caso limite in negativo, dal 1984 il medium televisivo supera stabilmente la carta stampata nella raccolta di pubblicità , con le ovvie ricadute sulle finanze e sulle possibilità degli operatori di quest’ultimo settore. L’editoria cartacea comincia dunque ad avvertire una sempre maggiore necessità di rigenerare il suo mercato. Le risposte si hanno in duplice senso. Da un lato si assiste alla nascita di catene multimediali di imprese nel settore delle comunicazioni. Dall’altro alla moltiplicazione dell’offerta da parte dei giornali. Un ampliamento della foliazione, sempre più gadget, inserti e omaggi accanto al giornale, la vivacizzazione delle pagine con l’aumento nell’utilizzo delle foto a colori, l’accostamento spesso gratuito di giornali di cronaca locale al numero del quotidiano nazionale sono solo alcune delle strade percorse dalle imprese per smorzare l’effetto obsolescenza della carta stampata. Almeno fino alla comparsa delle prime testate in Internet.