giovedì, 02 novembre 2006

Neanche un lustro addietro in pochi avrebbero immaginato che un ragazzo di ventitre anni, da poco laureato in Scienze della Comunicazione, potesse spendere un intero sito nell'inserimento in rete della sua tesi di laurea. In effetti, cinque anni fa il 2006 ce lo saremmo immaginati tutti in maniera un pò diversa. Su più fronti. Ma è meglio non divagare su temi d'altro genere. Ciò che conta in questa occasione è chiarire le motivazioni che mi hanno spinto a compiere un gesto che, facendo due considerazioni, potrebbe apparire quanto meno esibizionistico.

In realtà, se ho deciso di pubblicare la mia tesi in un blog è per un motivo semplice, forse banale, che oserei definire.. ontologico con una vena intrinseca di spiritualismo digitale. Il mio gesto equivale, infatti, ad un funerale cristiano.

Non sono folle. Mi spiego.

Punto numero uno. La tesi verte sui nuovi scenari dell'informazione in Italia dopo l'avvento di Internet. E' datata nel lontano 2005. Lo scorso anno. Allora ciò di cui scrivevo era molto originale. In pochi, in Italia, avevano avuto modo di leggere libri riguardanti weblog, giornalismo digitale open-source, feedreader e quant'altro. A dire il vero, le mie fatiche furono rese ardue proprio dalla scarsità di materiale preconfezionato da cui attingere per redarre il lavoro, elemento vitale nelle tesi del nuovo ordinamento universitario (molto taglia e cuci). Mi dimenai tra i siti esteri e italiani (poco aggiornati tali argomenti) di statistiche, mi intestardii sull'analisi dei siti delle maggiori testate di informazione italiana, divenni per qualche mese il più grande lettore del mitico De Biase (uno dei pochissimi ad avermi offerto, senza saperlo, preziosi spunti e articoli per il mio lavoro). Raccolsi, inoltre, i tanti efficaci suggerimenti del mitico (anche per la sua pazienza, tra le tante cose) professor Moretti. Giunsi così alla chiusura di un lavoro che, in quel gelido e piovoso ventitre febbraio del duemilacinque, appariva quanto meno originale.  Sono passati appena diciotto mesi da allora e, oggi, ho la sensazione (che è molto più di una sensazione) che gli argomenti trattati in quella sede appartengano ormai al sapere di molti. La tecnologia corre veloce e gli scenari dell'informazione digitalizzata, in Italia, nel 2006 sono già diversi da quelli del 2005.

Punto numero due. Ciononostante, qualcosa di attuale e di utile da leggere, nei quattro lunghi capitoli della mia tesi, credo sia rimasto. Il lavoro fotografava un quadro datato inverno 2005. Molto è andato avanti, ma la storia ci insegna che una buona parte dell'Italia corre sempre un pò meno veloce rispetto ai tecnomani e agli innovatori. Pochi giorni fa, nel tentativo di dare un aggiornamento al mio feed reader, mi sono accorto che un bel pò di giornali online che mi diletto a leggere nei tempi morti della mia giornata non offrono ancora ai lettori un servizio di syndication rss. Si tratta di un'innovazione vecchia, nel nostro paese, di ben DICIANNOVE mesi!

Punto numero uno più due (per concludere il ragionamento). Insomma, questo lavoro sta morendo. E' prossima al decesso e, se è ancora viva, lo è solo grazie a quanti non viaggiano ai ritmi dell'innovazione digitale occidentale. Piuttosto di continuare a vederla soffrire tra gli scaffali della mia piccola biblioteca, goffamente nascosta tra un libro di marketing e uno di pubblicità, preferisco concederle l'eutanasia.

Azione pensata. Stacco i fili che garantiscono a E-ditoria un flebile respiro e la seppellisco. Dove?

Azione ontologica. Dove può esser seppellita una tesi che tratta di informazione digitalizzata? Sul web, presuppongo. A tal proposito credo di compiere un'azione analoga a quella di Steve Baldwin e del suo Ghost Sites (il cimitero dei siti sul web). Lui seppellisce pagine altrui. Io infilo in un sarcofago virtuale e gratuito le mie. Per il resto il concetto è lo stesso.

Gesto spirituale. Chiudo (direte "finalmente") spiegando cosa c'è di trascendentale in quanto sto facendo. Mi permetto di rivolgervi una domanda. Perchè i cristiani seppelliscono i propri defunti? Perchè ascendano a vita eterna, presumo (ma non ero un mostro in religione, al liceo). E cosa accade nel momento in cui inserisco questa tesi sul web? Che avrà vita eterna (almeno fino all'eventuale fallimento del mio account su Splinder o della stessa società di hosting).

Fine dell'inizio. Ecco fatto. Adesso che vi ho detto perchè ho regalato un blog sarcofago a E-ditoria, posso procedere al funerale. Buona lettura.

by: Jrakula. It was the 18:53 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 02 novembre 2006

Indice

Introduzione

 


1. Da Gutenberg ai weblog

1.1. Da Gutenberg al processore, la tecnologia nello sviluppo di una professione

1.2. Globalizzazione e digitalizzazione dell’informazione

1.3. Nuove risorse a sostegno della libertà d’espressione
e di informazione

 


2. La stampa online


2.1. Dai primi esperimenti di quotidiano all'affermazione
della moderna editoria


2.1.1 Dal Daily Courant al Times


2.1.2 L'Ottocento e la maturazione del genere quotidiano


2.1.3 Il Novecento della stampa


2.2. Dalla rotativa al software. Dall’edicola al modem


2.3. Un’informazione approfondita o solo più comoda?


2.4. L’interattività: potenzialità d’investimento


3. Il panorama nazionale


3.1. Da  L’Unità  a Repubblica.it


3.1.1. la Repubblica.it


3.1.2. Corriere.it

3.1.3. Il sole 24 ore.com


3.1.4. La Stampa web


3.1.5. L’Unità online


3.2. L’offerta generale. Indagini sui click

3.3. Prospettive di sviluppo


3.4. Piccole realtà, grandi realtà


3.4.1. La resistenza delle geografie locali


3.4.2. Un trancio d’informazione per ogni regione


3.4.3. I contenuti e le prospettive di sviluppo

 


4. Il giornalista-editore.


4.1. Le nuove frontiere del giornalismo


4.1.1. Le webzine


4.1.2. Le newsletter e i feed Rss


4.2. Il weblog. Verso il ricongiungimento dei ruoli


4.2.1. La crescita esponenziale dei weblog


4.3. La meritocrazia giornalistica del web: credibilità e qualità nell’offerta informativa

 

EPILOGO: UN QUADRO D’INSIEME

APPENDICE 1
I siti dei maggiori quotidiani nazionali italiani online

APPENDICE 2
I siti dei quotidiani di informazione locale italiani

BIBLIOGRAFIA

ALTRI SITI CONSULTATI 


by: Jrakula. It was the 19:39 | Permalink | commenti
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giovedì, 02 novembre 2006

Dal 1992, anno di pubblicazione online del Chicago Tribune, primo quotidiano telematico in assoluto, sino ad oggi, si è assistito ad una vertiginosa crescita del numero di testate che offrono informazione sul Web. Se i primi siti di giornali erano riproduzioni abbastanza fedeli della copia in edicola, con il passare degli anni nel panorama editoriale del giornalismo online si sono susseguiti notevoli cambiamenti e innovazioni. Molti degli odierni quotidiani disponibili sulla Rete hanno preso strade diverse rispetto a quelle degli omologhi in carta stampata sfruttando, in varie maniere e con più strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie, le congenialità di Internet. Obiettivo di questo lavoro è quello di indagare sui nuovi scenari che si aprono nel mondo dell’informazione giornalistica, nello specifico quella italiana, per i successori dei vecchi quotidiani cartacei.
Il primo capitolo fungerà da parte generale sul contesto storico e socio-tecnologico in cui il tradizionale giornale in carta, dopo le diverse innovazioni tecniche che nei secoli ne hanno decretato la definitiva maturità, è stato affiancato, sul finire del secondo millennio, da diversi tipi di pubblicazioni online, sue ipotetiche future eredi.
L’intero secondo capitolo, invece, sarà dedicato ad una più ampia analisi della stampa online. In prima istanza, però, si scorrerà velocemente una sintesi delle tappe storiche che hanno contribuito a mutare l’universo dell’informazione su carta stampata, prevalentemente per quel che riguarda il quotidiano. In seguito, invece, si illustreranno i vari aspetti che contrappongono o integrano il giornalismo online con il tradizionale giornale "cartaceo", le differenze sostanziali, i punti d'incontro e i nuovi scenari che si aprono per lettori e professionisti del settore a contatto con le nuove tecnologie.
Nel corso del terzo capitolo, l’indagine sarà incentrata totalmente sul crescente panorama giornalistico online nostrano. Nonostante sia impossibile separarlo dagli eventi strettamente collegati (tecnologici, editoriali e via dicendo) di scala mondiale (o globale, se si preferisce), il contesto di riferimento scelto per questa analisi è prevalentemente quello italiano. Si tratta di un paese, questo, in cui le nuove tecnologie digitali stanno avendo un forte impatto soprattutto negli ultimi anni. Se in tutto il pianeta quasi settecento milioni di persone (la maggior parte di queste, però, si distribuisce nella parte occidentale industrializzata di esso) oggi utilizzano Internet, in Italia il numero di “internauti” ha raggiunto, nel 2004, i ventuno milioni. Si stima, inoltre, l’esistenza di oltre trecento siti d’informazione nostrani, variamente distribuiti tra quotidiani nazionali, locali, webzine, riviste online e weblog. L’analisi di questo capitolo si incentrerà prevalentemente sui grandi quotidiani online nazionali e su quelli di informazione locale, al fine di scoprire i loro punti di forza e debolezza e per provare a tracciare prospettive future di sviluppo del mercato dell’informazione giornalistica italiana sul web.
Il quarto ed ultimo capitolo, infine, sarà dedicato alle nuove frontiere del giornalismo in Internet. Webzine, servizi di newsletter informative, flussi Rss e weblog stanno conoscendo una vastissima diffusione. Si tratta di strumenti che potrebbero presto aprire nuove strade sia per l’imprenditoria editoriale che per i singoli giornalisti alla ricerca di un proprio spazio personale. Sulla base dei dati statistici disponibili, si cercherà di tracciare le coordinate degli “ultimi arrivi” del settore in prospettiva futura, nonostante l’ancora forte instabilità che accompagna l’evoluzione dell’intero panorama delle nuove pubblicazioni elettroniche.


by: Jrakula. It was the 20:13 | Permalink | commenti
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giovedì, 02 novembre 2006

DA GUTENBERG AI WEBLOG

by: Jrakula. It was the 20:16 | Permalink | commenti
chapter:01 capitolo 1
giovedì, 02 novembre 2006

Secoli di giornalismo hanno dimostrato quanto sia stretto il legame tra giornali e tecnologia. Tecnicamente il rapporto può essere analizzato a più livelli.
Un primo aspetto che urge sottolineare è che il quotidiano può essere considerato esso stesso tecnologia, se si intende quest’ultima come "tutto ciò che serve da supporto e che è stato ideato o applicato dall'uomo "; ovvero, riferendoci al concetto di tecnologia dell'informazione, come "tutto ciò che serve affinché l'essere umano riceva una conoscenza di qualcosa di esterno a lui, differente dalla parola o dai gesti umani ". Dall’astratto al concreto, insomma, il giornale fa parte di quelle tecnologie che “registrano, trasmettono, elaborano e/o distribuiscono l'informazione”. 
Il quotidiano, però, può d’altronde essere visto come una tappa fondamentale dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa. Si passa, così, da un punto di vista tecnico - ontologico che si rivolge allo studio del giornale come strumento isolato seppur all’interno di una categoria più ampia, ad uno più fortemente diacronico - sistemico. Quest’ultimo livello d’analisi partirebbe dalla facile constatazione che i mezzi di comunicazione di massa sono o presuppongono tecnologie, per poi classificare le diverse manifestazioni dei mezzi stessi attraverso un iter temporale che li ha visti passare dalle prime rudimentali espressioni fino a giungere alle moderne reti elettroniche. Come già accennato, tappa cruciale di simile storia delle tecnologie mediali sarebbe appunto il giornale cartaceo, mentre una delle (per ora) tappe finali potrebbe essere rappresentata dal quotidiano multimediale online.
Infine, restando in una prospettiva diacronica dello studio del mezzo, il giornale può essere analizzato tramite il susseguirsi dei perfezionamenti tecnici che lo hanno modificato nel corso dei secoli. Simili sviluppi tecnologici hanno trasformato il medium, influenzando, però, indirettamente anche l’intero universo di riferimento della stessa stampa. Universo che vive accanto al giornale in un rapporto, se possibile, ancor più stretto rispetto a quello tra il mezzo e la tecnologia. Detto in altre parole: in una legittima prospettiva massmediologica, realtà socio-politica, sviluppo tecnologico e stampa vivono in una empatia sistemica tale che è difficile poter studiare la storia del quotidiano discernendo dai mutamenti socio-politici e tecnologici che ne hanno scandito le varie tappe. E’ quest’ultimo il livello d’analisi che verrà assunto a guida di questo lavoro, pur essendo lo stesso lavoro incentrato, naturalmente, soprattutto sull’ultima fase dello sviluppo dell’editoria giornalistica, ovvero quella che è caratterizzata dalla comparsa delle prime testate su Internet.
Oltre che sui giornali online, ci si soffermerà sul nuovo fenomeno di giornalismo personale che sta prendendo sempre più piede nella Grande Rete: i weblog, espressioni di un moderno ricongiungimento tra il mestiere di giornalista e quello di editore.
Per ora è imprescindibile tracciare un rapido excursus storico sulle più importanti tappe tecnologiche che hanno permesso o, in taluni casi, solo accelerato l’avvento del giornale moderno.
- Dalla produzione amanuense si passa lentamente alle primordiali tecniche di stampa tra il VII e il XII secolo, soprattutto in virtù dell’introduzione dell’uso della carta, prima in Cina, poi in Europa tramite i commerci arabi.
- Tra il 1200 e il 1400 in Cina prosegue l’accumulazione di tecniche di stampa innovative, soprattutto nei materiali. 
- Nel 1439 Gutenberg coniuga le diverse innovazioni sino a questa data susseguitesi e dà vita alla stampa a caratteri mobili.
- L’invenzione di Gutenberg dà il via alla diffusione di libri di notizie prima, di fogli di notizie poi, fino alle prime, più o meno regolari, pubblicazioni periodiche, che si diffonderanno a partire dal Seicento.
- Nel 1682 viene inventato il logotype, un sistema di composizione a mano basato sulla fusione di gruppi di lettere in blocchi.
- Nel XVIII secolo sorgono i primi quotidiani. Precursore è il giornale Neueinlauffende Nachricht von Kriegs- und Welthandeln (Notizie fresche degli affari della guerra e del mondo) di Ritsch che nasce a Lipsia nel 1660 e la cui uscita quotidiana dura effettivamente solo pochi anni. In Inghilterra il primo è il londinese Daily Courant nel 1702 . Stavolta è la rivoluzione culturale a precedere quella tecnologica. Il giornale a periodicità giornaliera è frutto di un emergente bisogno di ampliamento delle possibilità di fruizione di informazioni.  E’ un bisogno che sfida le difficoltà tecniche di produzione e gestione del quotidiano stesso. Nonostante non si registrino grandi innovazioni tecnologiche, il 1700 si configura come ulteriore tappa del processo evolutivo del giornale anche per il miglioramento diffuso dei sistemi postali e il potenziamento delle reti di trasporto.
- Nel 1811, a Londra, Friedrich König deposita il brevetto per un torchio di stampa che utilizza la forza del vapore. La macchina prenderà il nome di “pianocilindrica” e rappresenterà un importantissimo primo passo verso l’automatizzazione del processo di stampa. Verrà applicata subito, nel 1814, da John Walter II per quadruplicare la tiratura del suo Times .
- Nel 1848 il chimico tedesco Friedrich Keller crea una macchina capace di triturare e macerare il legno fino a ricavarne una pasta omogenea. La cosiddetta “pasta-legno” risulterà più facilmente deperibile, ma anche meno costosa e più facilmente utilizzabile nella stampa rispetto a quella olandese utilizzata esclusivamente sino a quella data.
- Negli stessi anni fa la sua comparsa negli USA la rotativa, ad opera di un meccanico di Philadelphia, Richard Hoe. La Hoe Type Revolving Machine, dal nome del suo inventore, è una macchina per la stampa che utilizza, anziché fogli singoli, un nastro continuo di carta. Alla comparsa della  rotativa si affianca una nuova tecnica di stampa detta stereotipia. 
- Dal 1830, anno della sua invenzione, il telegrafo di Morse si rivela per tutto il secolo uno degli strumenti man mano più importanti per la diffusione celere e capillare di notizie in aree geografiche sempre più estese. Si affermano, di conseguenza, le prime agenzie stampa internazionali che presto formeranno una sorta di regime oligopolistico.
- L’aumento della tiratura potenziale dei giornali e il relativo abbassamento dei costi del quotidiano danno vita verso la metà dell’800 alla cosiddetta penny press, stampa popolare che punta alle grandi vendite grazie ad un basso costo del giornale e all’interessamento giornalistico a temi e rubriche più vicini alle masse.
- Nel 1874 Jean Maurice Baudot inventa la telescrittura, una tecnica di trasmissione simile al telegrafo, ma che consente di trasferire impulsi elettrici in una sequenza di fori su un nastro di carta immediatamente leggibili al tatto.
- Nel 1884 Ottmar Morgenthaler, orologiaio tedesco emigrato negli States, mette a punto la linotype (“line of Types”, linea di caratteri), una compositrice tipografica che riduce notevolmente il tempo necessario per comporre un testo (triplicando i ritmi di lavoro, si giunge a seimila battute all’ora  ) e facilita le operazioni di editing.
- Nel 1890 dalla Boemia arriva la macchina a rotocalco che usa la calcografia e, per prima, consente la stampa in policromia.
- Negli anni Cinquanta del Novecento vengono introdotte le prime fotocompositrici, che producono immagini fotografiche dei caratteri, e di conseguenza cessa la fabbricazione dei tradizionali caratteri tipografici in piombo. Le immagini vengono fotografate con una speciale macchina fotografica per produrre negativi che possano essere utilizzati per realizzare lastre litografiche. I progressi nella tecnologia di fabbricazione dei cliché, negli anni Cinquanta e Sessanta, si combinano con la fotocomposizione mettendo fine al dominio incontrastato della stampa tipografica a rilievo.
- Anche se la composizione tipografica a metallo caldo è ormai quasi del tutto scomparsa, i procedimenti di stampa a rilievo sono ancora molto usati. La maggior parte dei cliché tipografici a rilievo, tuttavia, viene ora realizzata con mezzi fotomeccanici. Oggi, con l’avvento del computer, le pagine da stampare, complete di illustrazioni, possono essere realizzate direttamente sullo schermo di un calcolatore, tramite appositi software.
- L’avvento di Internet ha apportato una trasformazione alle modalità di diffusione delle notizie molto simile a quella a suo tempo apportata dall’invenzione del telegrafo, anche se di proporzioni decisamente maggiori. Le news oggi viaggiano a ritmi frenetici, con i vantaggi e i rischi che questi possano comportare, e a ritmi altrettanto incessanti vengono fruite dai destinatari. La rete finisce talvolta con l’inglobare gli altri mezzi di comunicazione. Altre volte, invece, rappresenta semplicemente un catalizzatore di informazione che finisce con il sovrapporsi o integrare i vecchi agenti di informazione, in primis il giornale.
- Nel 1992 il Chicago Tribune è la prima testata a creare un’edizione elettronica on-line del quotidiano cartaceo.  Seguono l’esempio del pioniere americano, nel 1995, l’Unione Sarda e l’Unità, primi quotidiani italiani fruibili sulla rete. In pochi anni sono innumerevoli i casi giornalistici editoriali elettronici. Molte testate, inoltre, varcano i confini della tradizionale offerta di informazione e scoprono i vantaggi intrinseci alla interattività resa possibile dalla rete.

by: Jrakula. It was the 20:17 | Permalink | commenti
chapter:01 capitolo 1
giovedì, 02 novembre 2006
Quando si utilizza il termine “globalizzazione” vi è sempre il rischio implicito di ridestare qualche fantasma ideologico o politico che possa pre-giudicare l’analisi che si va a compiere. In questo caso, parlare di globalizzazione dell’informazione non significherà legare a priori all’espressione una connotazione positiva o negativa, né esaltatoria o demagogica, o ancora pessimistica. La globalizzazione dell’informazione, almeno nei paesi già investiti dall’avvento della modernità, è un dato di fatto, spogliato da ogni elemento connotativo, che dipende non tanto dalla concezione che l’uomo si è fatto del fenomeno, ma soprattutto dalle nuove tecnologie che hanno permesso all’informazione di diffondersi in tempi brevissimi attraverso spazi remoti. Per globalizzazione della comunicazione è da intendersi quel processo che, nell’ultimo decennio, ha chiuso un pianeta intero, con le note eccezioni che avremo modo di affrontare più avanti, all’interno di una velocissima ed efficientissima comunità globale. Artefici dell’evento sono stati i padri del telefono cellulare, della comunicazione satellitare, di Internet, e coloro che hanno messo in piedi quei software e quelle piattaforme fisiche necessari a interconnettere i vari strumenti. La “comunicazione-mondo”, come è stata definita da Mattelart , è frutto soprattutto della digitalizzazione, cioè dalla unificazione dei linguaggi attraverso il codice binario utilizzato dai circuiti elettronici delle macchine informatiche . Dunque, il fenomeno in sé non va frainteso alla luce di convinzioni ideologiche personali. Resta ovvio che il rovescio della moneta che l’umanità sta pagando alle tendenze globalizzanti appare eccessivo. Se la globalizzazione dell’informazione in taluni casi ha generato qualche mostro non è, però, colpa della globalizzazione stessa, ma dell’uso degli strumenti che è stato fatto dall’uomo. Il problema non sta nella globalizzazione in sé, ma nel fatto che in molti paesi essa si sia presentata nelle vesti di una macchina trita- risorse. Il digital divide tra regioni industrializzate e altre sottosviluppate è enorme almeno quanto lo è la differenza nelle condizioni economiche tra i due tipi di realtà. Tutto questo non è naturalmente colpa di Internet, ma di logiche di razionalizzazione delle risorse che, continuando sulla scia di secoli di storia economica, hanno finito con il depauperare sino all’osso le condizioni dei paesi del sud del mondo. Internet e gli altri nuovi media, capaci di restringere il pianeta all’interno di immense quanto invisibili reti comunicazionali, posseggono potenzialità infinitamente grandi, tali che occorreranno davvero immense capacità umane per poterne usufruire sino in fondo e in maniera razionale. Quanto è avvenuto sino ad oggi è, comunque, già importante. Per tutti gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio si sono sperimentate le nuove tecnologie in tantissimi modi, con frutti a volte positivi, a volte deprimenti (vedi le bizzarrie borsistiche della New Economy). Ciò che importa, sicuramente, è che comunque l’uomo abbia fatto esperienze basilari in lungo e in largo dei nuovi mezzi. L’ “anno zero” della nuova comunicazione è stato superato e, nel futuro, ci sarà da abbattere i limiti di applicazione delle tecnologie avanzate. Limiti che, come detto, non sono insiti tanto nelle tecnologie stesse, quanto nelle modalità di fruizione e diffusione sinora espletate dall’uomo. Qualcuno fa giustamente notare il rischio della perdita di memoria, la sperequazione tra nord e sud del mondo (l'80% della popolazione mondiale non possiede alcuna connessione telefonica, per non dire del livello di analfabetismo e più in generale della povertà), il costo in termini di occupazione e così via . Altri, come Umberto Eco, parleranno di overload di informazione o “censura per eccesso”, oppure, come Giesbert, di pensiero unico o globalizzato. A fronte delle pur ovvie preoccupazioni che suscita il nuovo corso dell’informazione, sono tantissime le opportunità che si aprono all’uomo e che fanno da rovescio della medaglia al fenomeno. Nel presente lavoro, però, non essendo possibile dilungarsi sugli effetti generali della globalizzazione della comunicazione, si cercherà di soffermarsi prevalentemente sul nuovo panorama giornalistico ed editoriale che deriva dall’avvento dei new media digitali.  E’ il caso di partire da una considerazione illuminante di Luca De Biase. Internet, secondo questo autore, cambia il giornalismo in tre direzioni.
• Aggiunge sempre nuovi strumenti alla già vasta gamma di linguaggi a disposizione dei giornalisti.
• Modifica il rapporto tra i giornali e il pubblico.
• Trasforma la relazione dei lettori con il materiale informativo disponibile.
Per quanto riguarda i nuovi strumenti a disposizione dei giornalisti, per il momento basta citarne i più importanti. Innanzitutto, la rete consente un apertura sia in input che in output di fruizione delle news. Il giornalista che ha dimestichezza con internet può facilmente accedere a fonti informative decisamente più rapide, meno costose e, non poche volte, più complete tramite un modem e pochi click. In questo caso la figura del giornalista si allontana sempre più decisamente da quella ormai epica del newsgatherer ottocentesco, ovvero il ricercatore- raccoglitore di notizie, per assumere sempre di più quella moderna di gatekeeper, filtro selettivo di news, nella circostanza provenienti dalla rete o dalla posta elettronica. In fase, per così dire, di output si moltiplicano le possibilità di fare informazione. Si passa dal giornale telematico online, al weblog; dalla costruzione di un proprio sito alla possibilità di diffondere informazione tramite e-mail direttamente nelle caselle postali elettroniche dei lettori, fino agli ultimi esperimenti di trasferimento di news sul computer del destinatario tramite i feed Rss. I requisiti, in termini di strumenti tecnologici, costi economici e capabilities individuali, sono sempre più alla portata, tanto da permettere, in maniera sempre più democratica e, non meno spesso, meritocratica, di “fare informazione” a chiunque ne sia capace anche senza essere giornalista di professione.
Per quanto concerne il secondo punto elencato da De Biase, come da lui evidenziato, il rapporto tra giornali (ma forse sarebbe più appropriato utilizzare un più generico “agenti di informazione”) e lettori muta radicalmente. Cambia, è il caso di sottolinearlo, non solo per le “transazioni di informazione” on-line, ma anche per quanto riguarda la tradizionale lettura del quotidiano cartaceo. Partendo dalla seconda affermazione, molte volte lasciata un po’ nell’ombra da chi ha discusso dell’editoria on-line, basta pensare agli sconvolgimenti operati dalla diffusione nel ‘900 della radio e della televisione sulla stampa giornalistica. Il giornale cartaceo è passato, in quei casi, da fonte primaria di informazione qual’era in precedenza a dover, in seguito, sempre più seguire l’onda informativa, in termini soprattutto di agenda setting , degli altri due media, con un effetto di specchio ridondante, solo in certi casi approfondente, di news già consumate dal giornale televisivo o radiofonico. Ora, cosa accade al giornale cartaceo con un computer che ti dice tutto ciò che puoi desiderare di sapere al minimo costo di una connessione e senza neanche dover uscire di casa per recarti all’edicola? Cosa sta accadendo al vecchio quotidiano mentre uno schermo a colori ti proietta tutta l’informazione immaginabile in tutte le maniere, raccogliendo ecletticamente in un unico strumento tutti gli altri media sinora esistenti, dalla Tv alla radio, dal giornale stesso al telefono e così via? Non c’è dubbio che molti cambiamenti stanno avvenendo e continueranno a verificarsi, sconvolgendo le linee editoriali, le gerarchie redazionali e l’intero lavoro dei giornalisti tradizionali. Soprattutto, però, come intende ricordare Luce De Biase nel terzo punto sopraindicato, si modifica pian piano il target di fruizione del giornale, sia in termini di pubblici particolari, che più particolarmente di modalità e necessità di fruizione. Nel confuso panorama che va emergendo, “il pubblico è destinato a dare la risposta. E condurrà chi lo sa ascoltare a una nuova fase di entusiasmo. Milioni di persone che chiedono un'informazione migliore non potranno non farsi sentire. La paralisi sarà superata dai fatti. In questa nuova fase, in cerca di un equilibrio più maturo, la domanda creerà l'offerta. In attesa di un equilibrio nuovo nel quale si potrà finalmente avere un dialogo costruttivo” .
Per concludere questo paragrafo, è utile ricordare che il concetto di globalizzazione non implica necessariamente l’addio a tutto ciò che ha caratteristiche locali. Non a caso diversi studiosi negli ultimi anni hanno coniato il termine glocalizzazione  con il quale hanno inteso segnalare la doppia spinta cui è sottoposta la società in questo inizio di terzo millennio.
Da un lato, alcuni processi tendono verso una visione globalizzante del mondo, con un intrecciarsi di logiche che portano dal particolaristico al globale determinando un oggettivo restringimento dei fattori spazio-temporali dell’esperienza cognitiva mediale. Dall’altra, il locale, piuttosto che oscurarsi sotto questi colpi, si rigenera reclamando a gran voce uno spazio sinora mai garantitogli del tutto. Culture appartenenti ad aree geograficamente limitate, tradizioni regionali e, come si vedrà più avanti, informazione locale, troveranno il loro piccolo spazio all’interno della Grande Rete, che darà loro il modo di mettersi in vetrina, di conquistare un proprio pubblico, magari più ampio di quello precedente.
Armand Mattelart, a tal proposito, pone l’esigenza di sottrarsi alla logica deterministica della globalizzazione come processo unilineare e in qualche modo enfatizza il potere di resistenza del locale. A suo giudizio, l'azione congiunta di media, pubblicità, agenzia di stampa, ecc., finalizzata alla creazione di una cultura globale omogenea, è destinata a interagire costantemente con culture e tradizioni locali .
Si tratta di una sorta di bricolage  culturale per il quale la contestualizzazione di elementi culturali estranei ad una società (che possano essere strumenti di informazione, opinioni culturali, oggetti, ecc) passa previa una ricezione filtrata dal contesto locale. In parole povere, né si corre il rischio che gli argomenti d’informazione futuri saranno esclusivamente di portata globale, non lasciando quindi spazio a quanto di interesse locale; né i nuovi media potranno fare il loro ingresso in ciascun contesto in maniera uniforme, massificando e globalizzando, per l’appunto, tutte le microrealtà che costituiscono l’attuale universo sociale. Gli spauracchi della globalizzazione, dunque, sono altri. Come già accennato, ad esempio, uno dei più preoccupanti riguardo all’universo della comunicazione è rappresentato dalla mancata (o almeno decisamente incompleta) omogeneizzazione delle risorse tecnologiche nel mondo. Il corretto defluire dell’informazione in senso orizzontale, in tal proposito, potrebbe aprire nuovi scenari di democrazia. “…forse continuare a chiedersi se la rivoluzione digitale sia roba solo da paesi ricchi o se invece essa abbia un impatto davvero globale, non ha più molto senso. Più probabilmente la questione dirimente affinché lo sviluppo tecnologico rappresenti davvero un’opportunità per un numero sempre più vasto di Paesi e continenti, è oggi rappresentata dai tempi e dai modi di realizzazione del processo di <<allargamento>>” .
Non sono mancate le iniziative da parte di enti umanitari sopranazionali e, in taluni casi, anche da parte di reti multinazionali di imprese, volte a favorire l’accelerazione dei processi di sviluppo nei paesi del sud del mondo nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione e di informazione più moderni . La strada da seguire, sicuramente, è quella di destinare le risorse alla formazione e all’istruzione, in modo da garantire il prima possibile un’attenuazione del digital divide.
“Molto spesso i paesi del sud del mondo sono costretti a guardare e a giudicare se stessi attraverso lo sguardo e le parole degli altri” .
Cosa accadrebbe se anch’essi avessero pieno accesso alla Rete?
by: Jrakula. It was the 20:20 | Permalink | commenti
chapter:01 capitolo 1
giovedì, 02 novembre 2006

“La Rete per il nostro paese è un importante canale di trasmissione delle informazioni. Un giornale, anche dopo essere stato chiuso, può continuare ad essere presente su Internet. Altrimenti la libertà di stampa rappresenterebbe un’ utopia, laddove si ha contro lo strapotere delle autorità governative e delle organizzazioni fondamentaliste che impediscono di raccontare il dolore del popolo e le reali condizioni di vita quotidiane”  . Queste parole dell’algerino Omar Belouchet, direttore di El Watan, testimoniano in qualche modo l’importanza che possono assumere le nuove tecnologie di comunicazione come garanti delle libertà di espressione e di informazione. Ancora una volta le potenzialità della Rete e dei nuovi strumenti mediali si dispiegano all’orizzonte lasciando intravedere scenari di sviluppo a diversi livelli. Naturalmente, anche per quanto riguarda la libertà di informazione o quella di espressione, affinché siano garantite a tutti, occorre che tutti possano avere accesso ai nuovi mezzi. E ciò è possibile solo previo abbattimento dell’attuale digital divide.
Nell’Occidente industrializzato, intanto, dove la Grande Rete conta ormai un numero altissimo di adepti, le nuove tecnologie cominciano a mostrare i loro frutti nel senso di una maggiore libertà di informare e di essere informati. Innanzitutto, il marcio che in molti notavano, o notano tutt’oggi, nei tradizionali meccanismi d’informazione, in Rete può essere abbattuto d’un colpo, o almeno parzialmente superato, grazie agli strumenti da essa messi a disposizione. I legami “sconci” della stampa con i grandi gruppi, politici o economici, portatori di interessi; le difficoltà di libera emittenza radiotelevisiva o di imprenditorialità nell’editoria cartacea dovuta alle più o meno alte barriere all’ingresso nel settore della comunicazione; l’oligopolio dei grandi trust dell’informazione; le difficoltà che i giornalisti emergenti incontrano nel farsi strada all’interno delle vecchie redazioni gerarchizzate; i sempre presenti e subdoli rischi di censure redazionali all’informazione “scomoda”. Sono tutti limiti, questi, alla libertà di informazione, che in un futuro non troppo lontano potrebbero in parte essere superati grazie ai nuovi mezzi, i quali sono caratterizzati da costi relativamente bassi e dall’essere aperti a tutti senza discriminazioni di sorta.
Con l’avvento di Internet, si sono sinora esperite nuove modalità di diffusione dell’informazione, alcune delle quali si sono mostrate come valide alternative all’editoria giornalistica cartacea. Le principali, oltre a quotidiani e periodici on-line, alle cosiddette webzine (suppergiù l’omologo sul web del magazine cartaceo) e alle sezioni dei portali dedicate all’informazione, sono rappresentate da weblog, newsletter e forum. Le newsletter possono consistere sia in giornali o pagine tematiche di giornali elettronici, con l’unica differenza che, rispetto a questi, vengono recapitate direttamente nella casella e-mail del lettore. I forum, invece, hanno solitamente la caratteristica di essere aperti a tutti (o almeno a tutti gli iscritti) e di custodire commenti ad un tema principale, sicché non troppo spesso possono vantare di avere a che fare con quella che solitamente si definisce informazione giornalistica. Diverso è il caso dei weblog giornalistici. I blog (questa è la comunissima parola con cui si abbrevia il termine) sono spazi concessi da un provider a chiunque desideri godere di una o più pagine dove lasciare propri commenti o articoli sui più svariati temi.
Esistono tre tipi di weblog:
 I blog veri e propri:  rappresentano diari online in forma breve
 I notebook (giornali personali): sono dedicati alla  riflessione su fatti di interesse generale, differiscono dai blog (di cui prima) per i testi più lunghi e normalmente per il fatto di essere dedicati alla discussione su di un tema specifico
 I filtri: i testi sono rappresentati principalmente da rilanci di notizie catturate sulla Rete e commentate.
Chiunque può da un momento all’altro aprire un suo blog, decidere se essere l’unico a scrivere su di esso o permettere l’accesso e la partecipazione anche ad altri soggetti, scegliere (ma non necessariamente) un tema da trattare, gli elementi grafici per abbellire il sito e quelli ipertestuali per arricchirlo e infine improvvisarsi giornalista online.
In taluni casi i blog hanno espresso pagine davvero interessanti di giornalismo sul web, come si vedrà nel corso dell’ultimo capitolo.
Ciò che ora resta da sottolineare è il potenziale offerto dalle nuove opportunità di libertà di stampa emergenti dalla Rete. Uno degli effetti più volte evidenziati e criticati dagli studiosi dei media del ‘900 è rappresentato dall’atto unilaterale da parte dei mezzi di comunicazione di massa nei processi di costruzione dell’agenda setting mediale. L’agenda setting è formata (vedi le teorie di Mc Combs e Shaw ) da quell’insieme degli argomenti che saranno trattati, in un certo arco temporale, dai diversi media in maniera tale da suggerire ai lettori “ciò intorno a cui pensare” (secondo una celeberrima espressione di Cohen ). Sorge, con l’avvento di internet, un interrogativo. Il lettore che andrà alla ricerca di news sulla rete continuerà ad essere attratto da temi influenzati dall’agenda setting impostagli da tv, radio e carta stampata, oppure creerà da sé un proprio palinsesto di preferenze informative? In questo secondo caso, come teme Umberto Eco, c’è davvero il rischio che il giornale fatto in casa possa, però, dire solo quello a cui l'utente è già interessato e gli sottragga la possibilità di cogliere, sfogliando il resto del giornale, la notizia inattesa o non desiderata? Riflettendo sui cosiddetti “filtri” dell’informazione, Eco spiega, nel corso di una tavola rotonda dal titolo “La globalizzazione nella produzione di notizie”, tenutasi a Bologna nell’ ottobre del 2000 :
 “L'eccesso di informazione porta a criteri casuali di selezione. Bombardati da una massa di informazione che hanno potenzialmente la stessa credibilità, dovremmo affidarci a pochi siti selezionati. Credendo di essere liberi, saremmo ugualmente dipendenti da un centro che ha agito come filtro, solo che non ce ne renderemmo conto. Mentre oggi sappiamo distinguere tra il filtro chiamato Libero e il filtro chiamato Repubblica”.
Sempre nel corso della citata tavola rotonda, Lucia Annunziata risponde sublimando le potenzialità democratiche della Rete che sembrano vantare più importanza rispetto ai rischi di un giornale personale:
“Esiste un establishment informativo che ha oggi un forte potere e che decide di cosa parlare e come parlarne. Questa è una delle ragioni per cui c'è distanza tra chi produce e chi fruisce l'informazione. Internet è uno strumento dalla straordinaria capacità democratica che può bucare questa cupola. Nel mondo dell'informazione, Internet rappresenta una vera rivoluzione”.
In ultimo, passando dalla parte del lettore a quello del giornalista, sembrano significative le considerazioni di Luca De Biase, all’interno del suo Manuale di giornalismo:
“Partendo dall'osservazione che nei primi tempi del giornalismo online i servizi più cliccati sono stati quelli che riguardavano argomenti come i soldi, il sesso e lo sport, i giornali possono prendere due strade: concentrarsi solo su ciò che il pubblico clicca di impulso e in grande quantità, oppure insistere nel dare informazioni di nicchia o di elevato contenuto informativo ma adatte solo ai più attenti e colti tra i lettori. La tendenza è chiara e va verso la formazione di una sorta di nuovo ecosistema dell'informazione, in grado di rispondere ai bisogni con maggiore qualità senza alimentare la confusione derivante dalla concentrazione solo sulle quantità, che si traduce nel cosiddetto <<information overload>> ”.

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giovedì, 02 novembre 2006
LA STAMPA ONLINE
by: Jrakula. It was the 20:25 | Permalink | commenti
chapter:02 capitolo 2
giovedì, 02 novembre 2006

2.1.1 Dal Daily Courant al Times.

La data che rappresenta, più di altre, una svolta epocale nella storia del giornalismo è il 1702. L’ 11 marzo di quest’anno viene, infatti, alla luce a Londra il primo vero quotidiano di informazione, il Daily Courant  (fig. 2.1). Ad esso fanno seguito una serie crescente di pubblicazioni ad uscita giornaliera, dal Daily Post del 1719 e il Daily Journal del 1720, sempre in Inghilterra, al Daily Advertiser del 1730, fino a giungere al francese Journal de Paris del 1777. Prima di questa data, altre tappe fondamentali sono state l’invenzione della stampa a caratteri mobili e il suo perfezionamento ad opera di Gutenberg, la comparsa dei primi giornali a pubblicazione periodica, dunque i primi settimanali, il primo quotidiano in assoluto, ovvero la Neueinlauffende Nachricht von Kriegs- und Welthandeln di Ritsch a Lipsia , infine, l’avvento della logotype. A precedere la comparsa del Courant, quindi, vi è stato un periodo di incubazione tecnologica e storica fondamentale. La scelta di partire, in questo lavoro, dal 1702  e  dall’avvento  effettivo dei primi quotidiani non va
(Fig.2.1)  The Daily Courant (11 Marzo 1702)
 Fig.2.1

intesa, a tal proposito, come una sottovalutazione degli eventi precedenti. In realtà si partirà dal Courant perché il XVIII secolo, che vede la fioritura di testate ad uscita giornaliera, porta ad un’inversione nel rapporto tra  tecnologia e  stampa, rovesciando il precedente “tecno - centrismo”, per il quale i mutamenti nella diffusione di informazione erano frutto quasi deterministico delle innovazioni tecnologiche, per sostenere un processo di straordinario e inarrestabile sviluppo nell’editoria cartacea che, al contrario, precederà in molti casi e sicuramente accelererà in altrettanti quello tecnologico. Tutto ciò perché, nel corso di suddetto secolo e di quelli successivi, si andrà accrescendo sempre maggiormente la necessità di informazione all’interno della società, a fronte anche delle prime battaglie nel mondo occidentale per la democrazia e il riconoscimento dei diritti di espressione e informazione . L’indotto editoriale, da allora, si è pian piano ramificato creandosi una domanda sempre crescente del prodotto “informazione” e iniziando a muovere i suoi passi, prima timidi poi sempre più decisi, verso la piena commercializzazione del giornale. Crescente spazio agli introiti pubblicitari; prezzi e contenuti sempre più popolari; maggior accesso a fonti informative; migliorie nella grafica e nella struttura del giornale; adozione di strumenti per moltiplicare la capacità produttiva degli impianti e, di conseguenza, la tiratura; diversificazione dei target dei lettori; potenziamento delle strutture redazionali. Queste le direzioni principali del cambiamento. La “merce quotidiano” si è così evoluta, dal 1700 in avanti, come bene industriale lungo i tre sentieri classici delle modificazioni del mercato di collocazione, del prodotto e del marketing. Per quanto riguarda i mercati di collocazione si è cercato il raggiungimento di nuovi acquirenti del prodotto editoriale, stimolando nuovi usi da parte dei lettori abituali e ridefinendo le posizioni già occupate. Sul versante del prodotto gli editori si sono nel tempo riversati su variazioni delle caratteristiche funzionali del prodotto, mentre, in rapporto al marketing, hanno puntato su operazioni sul prezzo e sull’introduzione di azioni promozionali sempre più aggressive ed allettanti, come omaggi, sconti, gadget e concorsi a premio .
Tutto parte, dunque, da queste parole di Samuel Buckley, direttore ed editore del Daily Courant, nel corsivo finale del suo Advertisment inserito nel primo numero del giornale: “Questo Courant (come mostra il titolo) sarà pubblicato giornalmente, essendo pensato per dare tutte le notizie via via che arrivano con ogni postale, e si limita a metà dello spazio per risparmiare al pubblico almeno metà delle impertinenze dei giornali comuni” . L’affermazione di Buckley rimarrà nella storia almeno quanto il suo giornale. In realtà gli intenti editoriali sono gli stessi che nel 1660 avevano spinto prematuramente il tipografo e libraio Timotheus Ritsch a stampare a Lipsia il quotidiano Neueinlauffende Nachricht von Kriegs- und Welthandeln (Notizie fresche degli affari della guerra e del mondo). Quest’ultima testata, però, già nel 1677 (data in cui decadde il regime di privilegio concessogli dalle autorità tedesche) aveva mutato nome in Leipziger Post- und Ordinari Zeitungen per poi limitarsi a tirare quattro uscite settimanali.
Una buona parte del merito nell’avvento del Courant e dei suoi successori è, comunque, da addebitare al miglioramento dei sistemi postali e delle reti stradali. Soprattutto, però, la sete di notizie e di lettura pian piano appare sempre più inarrestabile, tant’è che comincia a sfidare i limiti tecnologici esistenti. Non si può dimenticare, infatti, che gran parte delle notizie che figurano in questi anni sui periodici ma anche sui quotidiani non sono certamente pubblicate con tempestività giornaliera. La prima notizia che compare sul primo numero del Courant dell’11 marzo 1702 risale al 22 febbraio precedente e viene da Napoli . Non vi è, infatti, ancora alcun mezzo moderno di comunicazione con le fonti informative. Né esistono agenzie incaricate di distribuire le news. Non vi è, infine, quasi mai una netta distinzione del ruolo di giornalista da quello dell’editore e del tipografo. Quasi sempre non vi è differenza sostanziale nemmeno tra colui che fa il giornale e colui che vi scrive.
Ciononostante, nei primi anni del ‘700 vedono la luce i già citati quotidiani di informazione, ma non solo. Sono gli anni della nascita del nuovo giornalismo con il Weekly Review (1704) di Defoe, l’ Examiner (1710) di Swift e lo Spectator (1711) di Addison e Steele. Il giornalismo si avvicina ai lettori cominciando a mostrare una più marcata attenzione alla cronaca cittadina e ai problemi di interesse sociale.
Un primo punto d’arrivo, in tal senso, è rappresentato dall’avvento, sulla scena storica del giornalismo, del Times (fig.2.2) fondato da John Walter I, nel 1788.
(Fig. 2.2)  The Times (1788)

 


Il nuovo quotidiano mostra subito grandi differenze rispetto agli altri predecessori. In primis l’impaginazione:  la  colonna  viene  spezzata  per  velocizzare la lettura degli  articoli da parte del  pubblico. Poi nello stile di trattamento dei contenuti, che diviene idiosincratico del giornale londinese, ovvero sempre rigoroso e austero. Infine, dal 1814, il Times comincia a vestire i panni di innovatore tecnologico nel settore. L’utilizzo della nuova pianocilindrica, il perfezionamento della macchina, l’esternalizzazione della produzione di inchiostro, in un primo momento; l’utilizzo della rotativa, poi, portano il quotidiano londinese all’avanguardia dal punto di vista produttivo (nel 1847 vanta la tiratura potenziale di dodicimila copie all’ora) .
Verso la fine del ‘700, intanto, sono sorti nuovi modelli di giornalismo a frutto delle rivoluzioni politiche e culturali partite da Francia e Stati Uniti. In Italia fanno la loro comparsa testate storiche quali il Monitore Napoletano diretto da Eleonora Fonseca Pimentel (1799), il Conciliatore di Silvio Pellico (1818), entrambi espressione delle correnti illuministiche d’Oltralpe, e le Gazzette Piemontese (1797) e di Milano (1810), tipici esempi di giornale di livrea.


2.1.2  L’Ottocento e la maturazione del genere quotidiano

Agli inizi dell’Ottocento i giornali presentano un unico modello: quattro pagine con i testi di seguito in colonne. La pagina iniziale e la finale sono riservate alle inserzioni pubblicitarie, le due interne sono dedicate agli editoriali politici economici con particolare attenzione per le merci in partenza e in arrivo con le navi. Sono stampati in prevalenza da piccoli editori e venduti tramite abbonamento. Il loro costo li rende un prodotto di élite.
Con lo sviluppo del quotidiano, il giornale assume una veste autonoma aumentando le dimensioni del formato e dividendo la pagina in più colonne. All’origine di questi mutamenti ci sono ragioni pratiche piuttosto che estetiche. Fino a quando le tariffe postali, per le spedizioni, restano commisurate al numero di pagine, risulta conveniente fare giornali di poche pagine molto grandi (negli USA si arriva al formato 88 x 127), mentre la suddivisione in colonne consente di stipare nella pagina più parole, dato che minore è la larghezza della colonna e più piccolo può essere il corpo tipografico, senza che ne risenta la facilità di lettura .
L’inizio del 1800, però, è soprattutto un periodo di sviluppo dell’editoria per quanto riguarda la velocità di trasmissione delle informazioni. Nel 1830 Samuel Morse inventa il telegrafo e cinque anni più tardi nasce a Parigi la prima agenzia di stampa. Si chiama Havas (dal nome del suo fondatore) e per oltre un secolo detterà posizioni di forza in tutto il mondo. La seguono, oltreoceano la Associated Press (fondata da sei quotidiani di New York), e nel Vecchio Continente la berlinese Wolff’sches Telegrafen Bureau, nel 1849, e la Reuter Telegraph Agency di Londra, nel 1851 . La nascita delle agenzie contribuisce ad una diffusione capillare delle notizie in tempi sempre più rapidi. Una mole immensa di notizie cominciano a raggiungere le redazioni dei giornali. Le strutture redazionali iniziano a potenziare l’organico “back- office” e ne escono profondamente rivoluzionate. Accanto alla figura del news-gatherer, giornalista autentico procacciatore di notizie, si fa largo con sempre maggior insistenza quella del gatekeeper, filtro selettivo di news.
Fare un quotidiano, dunque, diviene impresa meno ardua e l’avvento delle democrazie in Europa rende ancor più facile la proliferazione di giornali.
Nel 1831, in Francia, vede la luce un modello di giornalismo che sconvolgerà il panorama antecedente. A promuoverlo è Emile de Gilardin, spregiudicato editore che in quest’anno dà vita al Journal des connaissances utiles, un settimanale quasi esclusivamente dedicato a notizie e consigli utili ai lettori, dai suggerimenti concreti per l’agricoltura alle ultime invenzioni, dalle leggi alle norme igieniche . Prende corpo una cultura della notizia come merce di scambio. Informazioni utili al lettore, in cambio dell’acquisto del giornale. Qualche anno più tardi, nel 1836, Gilardin compie il passo finale verso il nuovo corso del giornalismo commerciale da lui stesso inaugurato: un basso prezzo di vendita del nuovo quotidiano da lui fondato (la Presse) a fronte di un’intera pagina destinata agli avvisi pubblicitari, dai cui introiti trae ingenti guadagni. Negli stessi anni seguono la politica del prezzo di Gilardin altre testate che, negli Stati Uniti, danno vita alla celeberrima stagione della Penny Press. Offrendo maggior spazio alle interviste e alla cronaca di human interest, vendendo le copie al prezzo di un penny e traendo guadagni da intere colonne o pagine dedicate agli avvisi pubblicitari, fanno la loro fortuna testate quali The Sun di Benjamin Day (1833, nel giro di due anni raggiunge la tiratura di quindicimila copie), il Morning Herald (1835) di James Gordon Bennett e il New York Tribune di Greeley (1841).
Il giornalismo vede, così, un periodo di vertiginosa espansione che porta gradualmente alla trasformazione della stampa in impresa capitalistica. Trasformazione che subisce una brusca accelerazione nella seconda metà del secolo, in concomitanza con l’avvento della seconda rivoluzione industriale. Prima la telescrittura (1874), poi linotype (1884) e la macchina a rotocalco (1890) si aggiungono alle innovazioni di inizio ‘800 e fanno la loro comparsa nelle strutture editoriali. Le testate cominciano a differenziarsi sempre maggiormente, oltre che sui contenuti, sugli stili di impaginazione e sulle modalità di trattamento delle notizie, indirizzandosi sempre più a specifici target di lettori. Sorgono negli Stati Uniti il World (1883) di Joseph Pulitzer, il cosiddetto “giornale degli immigrati”, e l’Examiner (1887) e il Mourning Journal (1895) di William Randolph Hearst il quale sui suoi giornali dà vita al genere dell’inchiesta-verità e allo “Yellow Journalism” .
La fine del XIX secolo vede anche la creazione delle prime catene editoriali, da quella statunitense dello stesso Hearst, a quelle inglesi di Alfred Harmsworth (Northcliffe)  e di suo fratello Harold (Rothermere) .
Molto lontane dai modelli stranieri di impresa editoriale capitalistica appaiono sul nascere i primi moderni quotidiani italiani. I vari L’Osservatore Romano (1861), Il Secolo (1866), La Gazzetta Piemontese (1869, dal 1895 diventerà La Stampa), Il Corriere della Sera (1876), restano legati, persino nei contenuti e negli stili, a gruppi politici o industriali privati. Anche in Italia, come già accaduto in Francia, vi è una presenza determinante di editori “non puri”, che approdano all’editoria mantenendo interessi preminenti in altri comparti produttivi. Questo avviene anche perché la diffusione della stampa in Italia nel diciannovesimo secolo è fortemente limitata dall’esteso analfabetismo. Il fenomeno di una stampa popolare e di intrattenimento, con una particolare attenzione per la cronaca e le alte tirature, tarda a manifestarsi. I giornali sono formati da quattro pagine a due o tre colonne, di cui la prima dedicata all’editoriale, la seconda e la terza alle informazioni di carattere locale, l’ultima alle notizie estere. I giornalisti sono uomini politici o letterati che considerano la stampa un’attività accessoria, intesa a divulgare e popolarizzare i contenuti della propria occupazione principale . La pubblicità occupa uno spazio limitato e residuale, relegato in ultima pagina, e il suo contributo al bilancio delle entrate è modesto. Il prezzo oscilla tra i cinque e i quindici centesimi (il salario giornaliero medio di un operaio è pari a due lire); formule di abbonamento favoriscono la diffusione postale dei periodici, che prevale largamente rispetto alla vendita nei locali pubblici o nelle strade. La tiratura complessiva dei quotidiani, a fine secolo, non supera le cinquecentomila copie.


2.1.3  Il Novecento della stampa
 
All’inizio del 1900, quando alle repressioni del 1898 segue una fase politica di maggiore libertà e, con lo sviluppo industriale, aumentano le concentrazioni urbane, si ha in Italia una crescita del numero di testate e un notevole aumento della diffusione.
Il primo quotidiano della Penisola a cavalcare l’onda delle innovazioni è il Corriere che, nel 1904, rappresenta anche il primo ad avere una rete stabile di corrispondenti esteri, si trasferisce nella sede di via Solforino, dove opera tutt’oggi; passa da sei otto pagine e dà vita, dopo la felice intuizione di Bergamini al “Giornale d’Italia” , alla terza pagina, dedicata ad avvenimenti culturali, e alla pagina sportiva.
Dall’inizio del nuovo secolo condizioni innovative concorrono a determinare un rilevante mutamento nella configurazione del giornalismo: dall’ampliamento del quotidiano al suo allargamento a contenuti nuovi; da trasformazioni che investono la struttura economica ed organizzativa dei giornali agli avvenimenti politici.
Grafica e impaginazione diventano finalmente strumenti per caratterizzarsi e rendersi visibili su un mercato sempre più affollato e concorrenziale. Acquista sempre più importanza il processo di esaltazione della notizia attraverso la sua presentazione, fenomeno già sperimentato in lungo e in largo all’estero sin dall’affermazione dello “Yellow Journalism”. Titoli, immagini e articoli diventano componenti fondamentali del processo di gerarchizzazione delle informazioni non più soltanto nell’ordine della foliazione interna ma anche nell’ambito della stessa pagina. La foto in prima pagina sconvolge i criteri di impaginazione. Mentre il titolo rispetta la naturale gerarchia visiva dell’optical point, la posizione della foto concentra su di sé lo sguardo. Nasce l’impaginazione simmetrica che, ponendo la foto al centro della pagina, la divide in due parti e con uguale numero di colonne, facilitando la stesura di diversi titoli con spazi e caratteri simili nei quattro quadranti in cui si suppone idealmente divisa la pagina .
Dagli anni Venti, fino alla metà degli anni Trenta, innovazioni tecnologiche si susseguono, contribuendo anch’esse a determinare significativi mutamenti nella realizzazione del giornale.
Il telefono, usato regolarmente dai primi del Novecento, continua e consolida la tendenza alla trasmissione diretta delle notizie avviata dal telegrafo. Mentre la stampa in rotocalco conosce un grande successo assieme alla radio e al cinema, si avviano le prime sperimentazioni della televisione, del magnetofono su nastri d’acciaio, del cinema a colori . All’inizio degli anni trenta fa la sua comparsa anche nelle redazioni italiane la teletypesetter, un sistema a banda di carta perforata per telescriventi che consente la composizione a distanza degli articoli, facilitando la moltiplicazione dei luoghi di stampa di uno stesso giornale.
Il periodo tra le due guerre vede mutamenti all’interno delle redazioni: i giornalisti cominciano a dividersi tra chi scrive il giornale e chi ne gestisce la struttura e il contenuto. In redazione emerge la figura del capo-servizio, incaricato di seguire in modo continuativo un settore di attività del giornale: esteri, interni, nera, sport, ecc... Si sviluppa la tendenza alla specializzazione dei giornalisti in particolari campi dell’informazione. Aumenta, intanto, anche in Italia il peso assunto da anonimi cronisti e redattori a scapito delle grandi figure di letterati che circoscrivevano la propria collaborazione alla terza pagina. Prende sempre maggior corpo la figura del giornalista professionista che spesso assomma nella scrittura una componente schiettamente giornalistica ad una squisitamente letteraria, come nel caso degli inviati speciali.
Gli anni della Seconda Guerra Mondiale bloccano, in Europa, quella che appariva come un’inarrestabile espansione della stampa. Lo stesso avviene negli Stati Uniti, dove si registra la conclusione della terza stagione di affermazione del giornalismo di massa, denominata del “Jazz Journalism”, e una netta contrazione del numero dei quotidiani in vita (dagli oltre millenovecento complessivi nel 1930, ai millesettecentocinquanta nel 1945), soprattutto all’indomani della crisi del 1929 che dimezza il monte degli investimenti pubblicitari .
Gli anni successivi al conflitto vedono una lenta ripresa della carta stampata, ma sono anche gli anni in cui fa la sua comparsa sulla scena dei media la televisione. Nel giro di qualche decennio il nuovo mezzo di comunicazione soppianterà il vecchio quotidiano e, comunque, contribuirà a trasformarlo.
Il trentennio 1945-1975 si configura come l’età dell’oro del capitalismo. Anche nell’editoria, come nella gran parte degli altri settori, ergono la loro bandiera a leader mondiali gli Stati Uniti. New York si conferma nel suo ruolo di cuore pulsante del giornalismo con sei milioni di copie stampate al giorno dai sei quotidiani cittadini (cifre che caleranno negli anni Ottanta).
Si ha, dal punto di vista professionale, un certo bilanciamento tra le figure del gatekeeper e del newsgatherer. La stampa ha ormai raggiunto una forza tale da decretarne un suo forte peso specifico nel panorama politico, attribuendole una parte attiva nello svolgersi degli eventi sia in virtù di un suo caratteristico news management (gestione delle notizie), sia grazie alla possibilità, rivendicata da giornalisti e reporter immolati al “giornalismo responsabile”, di mettere in discussione all’occorrenza la credibilità di istituzioni e imprese.
L’editoria italiana, intanto, continua a conservare il proprio tratto distintivo di fondo: una congenita e perdurante ristrettezza del mercato dei lettori di stampa quotidiana, testimoniata dal numero di copie di giornali che si mantiene stabilmente tra un terzo e un quarto rispetto quello degli altri paesi sviluppati. I settimanali conoscono una crescente fortuna nonostante il rapido moltiplicarsi delle testate e vanno in parte ad occupare lo spazio di una stampa popolare, assente tra i quotidiani . Prima è La Domenica del Corriere, che nel 1957 tocca le trecentocinquantamila copie assestandosi sulle seicentomila fino agli anni Settanta; la seguono Oggi, Tempo, Epoca e L’Europeo.
Piccola isola di innovazione e qualità congiunte, tra le testate ad uscita giornaliera, è Il Giorno di Mattei e Del Duca che esce a Milano per la prima volta nell’aprile 1956. Il quotidiano dell’allora presidente dell’Eni esce con un inserto quotidiano in rotocalco, inizialmente di otto pagine. In seguito si presenta con un’impaginazione molto vivace sul modello del londinese del Daily Express e una prima pagina a vetrina, con frequente ricorso alla “broken column” tipica dei settimanali, molti titoli e notizie anche di varietà. Il Giorno sostituisce l’articolo di fondo con una breve “situazione” e abolisce la terza pagina inserendo gli articoli di intrattenimento culturale nell’inserto in rotocalco insieme ad una pagina intera di fumetti e giochi .
Altra nascita importante nel panorama dell’editoria cartacea italiana è quella di La Repubblica del gennaio 1976, fondata da Eugenio Scalari ed edita da Caracciolo e Mondatori. Il quotidiano si mostra innovativo innanzitutto nell’insolito formato, tabloid, di venti pagine spartite in mezzo dal paginone Cultura.
Siamo ormai alla storia recente. La seconda metà del Novecento, come già detto, vede l’inarrestabile ascesa del medium televisivo, che presto soppianterà a suon di parole ed immagini i mezzi di informazione tradizionali. Tra il 1960 e il 1987 il numero di televisori sulla Terra passa da ottantasette a settecentotrentasei milioni. A metà degli anni settanta più della metà dei cittadini statunitensi e quasi un terzo di quelli europei e australiani possiede un apparecchio televisivo.
Nel mondo occidentale, dunque, come scrive Cavallari, per la prima volta nella storia dell’uomo le tre comunicazioni (scritta, orale e visiva) hanno potuto competere sulla base di uguali tecniche di riproducibilità . Esclusivamente nel mondo occidentale. E’ bene sottolineare, infatti, che l’avvento dei moderni media, prima la tv, poi come si vedrà più avanti le tecniche digitali, scava un ulteriore fossato tra i paesi sviluppati ed il resto del mondo (peraltro la grande maggioranza della popolazione) .
La notevole diffusione della tv nel mondo industrializzato, tornando al discorso principale, sconvolge enormemente il panorama giornalistico. Si vanno moltiplicando i soggetti esterni ai giornali che trasmettono le notizie in tempo reale, ma che non possono in nessun modo essere considerate fonti perché forniscono informazioni già preconfezionate . L’overload di informazione sommerge le redazioni con effetti tutt’altro che limpidi. La figura del newsgatherer è sempre più rimpiazzata da quella del gatekeeper. Il giornalismo comincia ad avvertire il rischio di trasformarsi in un post-giornalismo, che si limita a trattare e riciclare informazioni prodotte da altri .
La pluralità dei media non rappresenterà, alla prova dei fatti, garanzia di pluralismo interpretativo: spesso l’informazione di radio televisione e giornali appare dominata da una consonanza di fondo nella selezione e nel trattamento delle notizie, che produce un’impressione complessiva di omogeneità.
La prima a essere minacciata da questa tendenza è proprio la carta stampata, mezzo di comunicazione più antico e quindi più soggetto all’obsolescenza. Nel giro di mezzo secolo giornali e riviste sono sbalzati da una posizione monopolistica a una collocazione di nicchia entro la mappa di un’industria della comunicazione che la vede accanto alle reti radiotelevisive e alle agenzie pubblicitarie, mentre si preannuncia la quarta “fase esplosiva” di sviluppo dei media, innescata dall’informatica .
Dal 1974, al già affermato telegiornale che domina sulla scena dell’informazione, si aggiunge il teletext, nato in Gran Bretagna: un sistema di trasmissione di testo e grafici composti in pagine sequenziali richiamabili dall’utente che utilizza i canali televisivi ma è separato dalle immagini e necessita di un decodificatore apposito inserito nei televisori (nel 1984, sotto il nome di Televideo, raggiunge l’Italia tramite le reti Rai). Meno diffuso nel nostro paese, nel 1981 fa la sua comparsa il videotel, nato in Francia con il nome di Minitel, che però si appoggia alle linee telefoniche e consente l’interazione con l’utente tramite una tastiera. Entrambi gli strumenti rappresentano un ulteriore sbocco per la diffusione dell’informazione ai danni della carta stampata.
L’effetto principale di questo decentramento forzato riguarda il mercato pubblicitario. Mentre fino al 1945 l’ascesa della radio è avvenuta quasi senza sottrarre risorse alla stampa, con l’avvento della televisione le cose cambiano. In Italia, caso limite in negativo, dal 1984 il medium televisivo supera stabilmente la carta stampata nella raccolta di pubblicità , con le ovvie ricadute sulle finanze e sulle possibilità degli operatori di quest’ultimo settore. L’editoria cartacea comincia dunque ad avvertire una sempre maggiore necessità di rigenerare il suo mercato. Le risposte si hanno in duplice senso. Da un lato si assiste alla nascita di catene multimediali di imprese nel settore delle comunicazioni. Dall’altro alla moltiplicazione dell’offerta da parte dei giornali. Un ampliamento della foliazione, sempre più gadget, inserti e omaggi accanto al giornale, la vivacizzazione delle pagine con l’aumento nell’utilizzo delle foto a colori, l’accostamento spesso gratuito di giornali di cronaca locale al numero del quotidiano nazionale sono solo alcune delle strade percorse dalle imprese per smorzare l’effetto obsolescenza della carta stampata. Almeno fino alla comparsa delle prime testate in Internet.

by: Jrakula. It was the 20:27 | Permalink | commenti
chapter:02 capitolo 2
lunedì, 06 novembre 2006

Nel 1991 parte l’avventura del World Wide Web. Nel giro di soli ventisette anni, dal 1975 (data di apparizione negli Stati Uniti del primo personal computer, l’Altair 8800) al 2002, vengono venduti nel pianeta un miliardo di pc . Nel 1996 quarantacinque milioni di abitanti nel mondo (naturalmente esclusivamente nella piccola frazione industrializzata di esso) vantano la connessione a Internet. Nel 2000 la cifra raggiunge i quattrocento milioni di utenti, nel 2002 seicentocinquanta milioni. Le ultime statistiche dell’UNCTAD  (United Nation Conference on Trade And Development) stimano intorno ai seicentottantacinque milioni, ovvero circa l’undici per cento della popolazione mondiale, il numero di persone che godono dell’accesso a Internet dal 2003, gran parte dei quali tra Europa, Nord America e Australia, mentre oltre un terzo di essi vive in paesi in via di sviluppo, soprattutto in Brasile, Cina, Corea del Nord, India e Messico.
Dati del genere commentano da soli l’impatto quantitativo che le nuove tecnologie digitali hanno avuto negli ultimi dieci anni nel mondo industrializzato e in quello in fase di sviluppo. In un simile panorama gli editori del giornalismo tradizionale non potevano restare inerti.
La prima testata a varcare la dogana del virtuale è il Chicago Tribune  che crea nel 1992 una edizione elettronica online del quotidiano in versione cartacea. Nel giro di soli sette anni, tremilaseicento giornali fanno la loro comparsa in rete. Nonostante le possibilità offerte dal nuovo mezzo, comunque, i primi quotidiani online rimangono fedeli copie, almeno nei contenuti, dei loro congeniti cartacei. I concetti, e le potenzialità connesse ad essi, di interattività, ipertesto e multimedialità, però, a poco a poco vanno affermandosi spingendo gli editori più abili a proporsi da pionieri e dunque, a partire dal 1996, a proporre nuovi contenuti e offerte ai propri siti.
Nel 1997 il New York Times  dota, per primo, le sue pagine di un archivio degli articoli pubblicati sin dal 1969 e di un motore di ricerca per parole chiave. Di qui a breve gran parte dei giornali online prende le distanze dalla copia cartacea. Il sito Wire  della Associated Press comincia ad offrire agli abbonati di ciascuna delle novanta testate facenti capo all’agenzia una sezione con la possibilità di accedere a notiziari molto ricchi e aggiornati in tempo reale e ad archivi dotati di database giornaliero.
Non mancano i primi esperimenti di giornale on demand, i cosiddetti My giornale, ovvero dei quotidiani o settimanali elettronici con news e rubriche inserite in base alle preferenze preindicate dal lettore, recapitati direttamente nella casella e-mail dell’utente.
Nel 1999 i giornali online esistenti sono circa quattromilasettecento, il quarantatre per cento dei quali solo negli Stati Uniti . I più letti, in quell’anno, sono lo Usa Today  e il Washington Post .
In Italia, intanto, si è cominciato a muovere i propri passi sin dal 1994, anno di pubblicazione da parte di Nicola Grauso dell’Unione Sarda , primo quotidiano europeo online. L’anno successivo L’Unità  è la prima testata nazionale, in Europa, ad offrire una versione elettronica del giornale. In entrambi i casi, però, il tutto consiste nel semplice trasferimento sul web delle pagine e dei contenuti della versione cartacea, con l’aggiunta di pochi elementi di interattività, come il link all’indirizzo e-mail per contattare la redazione, e qualche rubrica inedita. Uno tra i primi quotidiani ad offrire servizi più ampi e completi è Il Sole 24 Ore , che intende mettere a disposizione dei navigatori- lettori un giornale più ricco e diverso da quello cartaceo, quindi con aggiornamenti, supplementi, speciali e, in quanto giornale economico, quotazioni continue. Repubblica.it  inizia la sua avventura in rete relativamente tardi, nel 1996, il che non gli ha impedito di essere attualmente il quotidiano on-line con il maggior numero di visitatori al giorno (già nel 2000 sono circa quattrocentonovantamila, un milione e cinquantamila nel giugno 2002 ; vedi tabella 2.1).

 

 

Un ultimo studio ISTAT ha stimato nel 2003 l’esistenza di trecentosei siti web italiani dedicati all’informazione online. Di essi, però, solo centoquaran-tacinque sono i quotidiani online che funzionano effettivamente come tali.

 

Novantanove sono quelli che hanno anche una versione a stampa, mentre quarantasei vivono esclusivamente sul web .
In tutto il mondo l’informazione online sta raccogliendo sempre un maggior numero di lettori, soppiantando spesso il vecchio giornale e, in certi casi, anche la “signora” televisione. Da uno studio del SIQQS (Stanford Institute for the Quantitative Study of Society) condotto su un campione di quattromilaottocento statunitensi di età tra i diciotto e i sessantaquattro anni, è emerso che l’utilizzo medio giornaliero di Internet è, nel paese Stelle e Strisce, di circa tre ore, contro poco più di un’ora e mezza spesa in media davanti al televisore. In realtà gran parte del tempo trascorso davanti al PC connesso è,secondo lo stesso sondaggio, dedicato soprattutto allo scambio di e-mail e all’entertainment,  ovvero  a  chat  e  videogiochi ,  ma  ciò  non  toglie che  in assoluto sempre più vita scorre lungo la Grande Rete.
E, almeno su Internet, le testate sembrano poter competere ad armi apri con il piccolo schermo. Dando un’occhiata alla classifica Nielsen/NetRatings dei venti più visitati siti di informazione americani, pubblicata da Editor&Publisher (vedi tabella 2.2), ci si accorge che ben sette su venti fanno capo a un quotidiano o a una catena di quotidiani e cinque di questi (Knight Ridder Digital, Gannett Newspapers, NYTimes.com, Tribune Newspapers e USAToday.com) battono oggi largamente i network ABC e CBS. Sono invece sopravanzati dalle reti  via  cavo “all news”  CNN e MSNBC (strutturalmente e culturalmente attrezzate alle news “H24”), ma non dalla Fox. Interessante, a sottolineare come i vecchi "generi" si mescolino, è il fatto che nella classifica compaia anche la Associated Press (una agenzia di stampa che, in quanto tale, non compete direttamente sul mercato dei lettori), portali generalisti come Yahoo (primo, grazie alle notizie dell'agenzia Reuters) o di "nicchia/nicchiona" come il Drudge Report. Google News (che le notizie non le produce, si limita ad aggregarle e linkarle) compare al ventesimo posto.

 

Tab.2.3

 

Gli sconvolgimenti portati dai nuovi media nel settore giornalistico, dunque, sono sotto gli occhi di tutti e investono irrimediabilmente sia il lato strettamente legato alla produzione editoriale e all’attività redazionale che quello connesso alle modalità di fruizione delle news. Sotto il primo profilo,  la  tendenza alla “leggerezza” del lavoro tipografico (inaugurata dalla foto-composizione e dalla videoscrittura) si è accentuata. Dopo il piombo anche la carta sta facendo il suo ingresso tra i materiali obsoleti: il testo degli articoli viene infatti trasmesso oramai quasi sempre via modem e direttamente composto e impaginato per via elettronica. Tendenzialmente il computer prende il posto della macchina da scrivere e la sua connessione alla rete telefonica sostituisce la trasmissione via fax o la dettatura, eliminando tutte le fasi redazionali di trascrizione .
Per non parlare, naturalmente, della facilità di accesso alle news da parte dei giornalisti, sempre più tentati dalle logiche di gatekeepering. Uno studio dell'Institute for Politics, Democracy & the Internet ha rivelato che più della metà dei giornalisti americani che si occupano di politica legge le notizie politiche online. Inoltre, il trentasette per cento dei giornalisti politici statunitensi passa tra una e due ore al giorno leggendo e cercando quello che viene pubblicato su Internet. Il trenta per cento trascorre online due o tre ore al giorno. Il sei per cento, addirittura più di tre ore. Il venticinque per cento usa Internet regolarmente per tutte le opportunità che offre. Il quaranta per cento usa la Rete soprattutto per fare ricerche su quello che sta scrivendo il quel momento. Quasi tutti, però, dopo aver letto quello che trovano online, cercano di verificarlo con interviste dirette alle fonti. Il che peraltro sarebbe una pratica doverosa, anche se la fonte mediatica iniziale non fosse stata la Rete ma un giornale di carta o la tv. Il quarantacinque per cento dei giornalisti intervistati dall'Institute for Politics, Democracy & the Internet dice infatti che non ha mai eseguito un'intervista via Internet e solo il due e cinque per cento dice di farlo regolarmente. Internet è soprattutto usata per seguire le notizie del momento e per ricerche di background. Questo non significa che la mail non sia usata: il cinquanta per cento dei giornalisti intervistati risponde a più di trenta mail al giorno, il venticinque per cento a più di cinquanta al giorno .
Per quanto riguarda, invece, la diffusione dell’informazione, sembra che, almeno in Italia, l’avvento dei quotidiani online non abbia causato un fortissimo calo nelle vendite dei vecchi quotidiani cartacei (dalle sei milioni e duecentomila copie giornaliere del 1994 alle cinque milioni e novecentomila del 2003, vedi tabella 2.3), mentre in Europa egli ultimi anni si è registrato un calo di vendite di poco inferiore al sei per cento, con una perdita di quattro milioni e mezzo di copie. Sembra che Internet, nel nostro paese più che nei restanti dell’UE, rappresenti per i lettori un’occasione maggiore per approfondire le news. In un certo senso molti quotidiani tradizionali sembrano usufruire della rete soprattutto come da vetrina pubblicitaria, con ritorni in termini di reputazione utili alla conferma delle posizioni nel mercato della stampa cartacea . Si vedrà meglio in seguito questo aspetto.
Un’ultima considerazione preliminare sulle ripercussioni sul giornalismo e sulle modalità di  informare e ricevere informazione, dovute all’avvento di Internet, riguarda i nuovi fenomeni chiamati webzine, weblog, newsletter e feed Rss. I primi sono magazine online e funzionano in maniera del tutto simile ai capostipiti cartacei, con le poche differenze qualitative che verranno analizzate nell’ultimo capitolo. Le newsletter costituiscono una sorta del già citato my giornale, o  journal on demand, con articoli inviati nella casella e-mail dell’utente in base ai suoi interessi. I Feed Rss funzionano pressappoco come le newsletter, ma hanno il vantaggio, per il lettore, di permettere tramite un apposito software di ricevere esclusivamente le notizie richieste o le rassegne stampa preferite, senza rischi di spam e in maniera completamente anonima.
I blog (abbreviazione di web log), invece, non hanno alcun vero corrispettivo nel mondo fisico. Sono degli spazi web offerti da un provider che permettono a chi li costruisce di pubblicare informazioni sul Web in tempo reale, senza dover essere degli esperti informatici. In effetti potrebbero essere assimilati ad una sorta di diario pubblico virtuale, ma gli usi che se ne possono fare sono davvero tanti, compresa la possibilità di creare un giornale personale. Nati negli USA nel 1997, oggi i blog esistenti sarebbero oltre i dieci milioni, mentre una stima della società PubSub Concepts  calcolerebbe intorno ai sei milioni e mezzo quelli realmente funzionanti. Circa ogni sei secondi nascerebbe un nuovo blog, che significa quindicimila nuove uscite al giorno .
Numeri del genere hanno mobilitato tutte le grandi imprese del web. Verranno analizzate, nel corso dell’ultimo capitolo, le possibilità implicite in questi ultimi nuovi strumenti offerti dalla rete e le prospettive che si aprono per imprese di comunicazione, giornalisti e lettori.

by: Jrakula. It was the 10:50 | Permalink | commenti
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